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Battesimo Il Vaticano sul battesimo: “Se il sacerdote usa la formula noi ti battezziamo non è valido”
Evangelisti Maggiorino | 09 Agosto, 2020, 11:52

Al termine dell'Udienza Generale del Mercoledì, riprese questa mattina dopo la pausa estiva di luglio (leggi qui), il pensiero di Papa Francesco va a Beirut, sconvolta dalle tremende esplosioni avvenute nel porto che hanno provocato morte e distruzione nella capitale del Libano (leggi qui). A riportare la notizia qualche ora fa l'Ansa. Come spiega la nota inviata dal Vaticano, nella celebrazione dei Sacramenti l'assemblea non agisce "collegialmente", ma "ministerialmente" e il ministro "non parla come un funzionario che svolge un ruolo affidatogli, ma opera ministerialmente come segno-presenza di Cristo, che agisce nel suo Corpo, donando la sua grazia".

Il battesimo impartito usando la formula 'noi ti battezziamo' non ha alcun valore, è come se il rito non fosse mai avvenuto. Il Papa "ha approvato" le indicazioni e "ne ha ordinato la pubblicazione", riferisce l'ex Sant'Uffizio.

La Dottrina della fede punta il dito sull'errore deliberato di quanti si sono avocati la ridefinizione arbitraria della formula chiave del rito battesimale. La formula "noi ti battezziamo", e tutti i riti celebrati in questo modo, non valgono nulla. "A quanto sembra, la deliberata modifica della formula sacramentale è stata introdotta per sottolineare il valore comunitario del battesimo, per esprimere la partecipazione della famiglia e dei presenti e per evitare l'idea della concentrazione di un potere sacrale nel sacerdote a discapito dei genitori e della comunità".

L'interrogazione era sorta, in particolare, riguardo la formula che alcuni sacerdoti adottavano: "A nome del papà e della mamma, del padrino e della madrina, dei nonni, dei familiari, degli amici, a nome della comunità noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo", con la sostituzione di 'io' in 'noi'. Frasi che non possono essere ritenute valide secondo la Congregazione per la Dottrina della Fede. Tuttavia "il ricorso alla motivazione pastorale maschera, anche inconsapevolmente, una deriva soggettivistica e una volontà manipolatrice". "In ogni ministro del Battesimo deve essere quindi radicata non solo la consapevolezza di dover agire nella comunione ecclesiale, ma anche la stessa convinzione che sant'Agostino attribuisce al Precursore". "I due Concili si trovano quindi in complementare sintonia nel dichiarare l'assoluta indisponibilità del settenario sacramentale all'azione della Chiesa".

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