Lunedi, 19 Novembre, 2018

Pernigotti: chiude lo stabilimento di Novi Ligure

Pernigotti, chiude lo stabilimento di Novi Ligure Pernigotti chiude la storica fabbrica di Novi Ligure
Esposti Saturniano | 09 Novembre, 2018, 09:44

I pochi impiegati del settore commerciale che rimarranno saranno trasferiti a Milano. "L'amministratore delegato era accompagnato dai legali e ci ha comunicato che non sono interessati allo stabilimento".

Perché di solito quando qualcuno compra c'è sempre qualcun altro disposto a vendere e non è colpa di Di Maio (o di Berlusconi, o di Prodi, o di Renzi) se a un certo punto i padroni delle aziende vogliono monetizzare perché non hanno eredi (fu così negli anni Novanta per Stefano Pernigotti), perché ne hanno troppi o, questo il caso più comune non solo in Italia, si vuole monetizzare per poi andare in pensione in qualche triste cantone svizzero, nella ridicola Monte Carlo o in un'isoletta dei Caraibi per farsi fregare i soldi da qualche donna locale e dal suo finto fratello. Senza contare gli stagionali, che tali più non sono: "L'azienda attualmente si serve di interinali, alcuni chiamati anche per periodi molto brevi - spiega Tiziano Crocco - Nel 2017 erano stati 130, quindi la perdita occupazionale con la chiusura della Pernigotti è ancora più pesante".

Addio al cioccolato Pernigotti made in Piemonte. "La Pernigotti è patrimonio di Novi e dei novesi, oltre che un grande nome conosciuto che non può finire così", ha aggiunto Muliere, ribadendo la sua posizione al fianco di operai e sindacati.

La notizia arriva dai sindacati, che nell'incontro con i rappresentanti del gruppo turco Toksöz, proprietario della storica azienda dolciaria, hanno appreso la decisione "definitiva" di fermare le macchine dello stabilimento. La chiusura della fabbrica implica che 100 lavoratori saranno licenziati.

"Intanto, sulla stessa linea delle altre sigle, dall'Ugl si auspica" che il governo proceda con un piano adeguato di ammortizzatori sociali per i tanti dipendenti al centro di questa delicata operazione industriale. Per loro, un anno di cassa integrazione e poi due anni di "Naspi", cioè di indennità di disoccupazione, con la speranza che almeno qualcuno raggiunga nel frattempo i requisiti per la pensione. "Ma l'azienda - ha aggiunto e concluso amareggiato Malpassi - ha detto un 'no' definitivo, irresponsabile a arrogante".

Altre Notizie